20 May 2012

Le assemblee riprendono vita

Pubblicato il 21. set, 2011 da nuovafinanza in Risparmio

Le assemblee riprendono vita

di Vieri Poggiali

 Passata è la tempesta, si potrebbe dire  a questo punto dell’anno, ove sia lecito paragonare una stagione abbastanza innovativa delle assemblee societarie quale s’è avuta in questo 2011 ad una sorta di bufera (che in effetti  in qualche riunione c’è poi anche stata. Addirittura una rissa con scazzottamenti  a quella della Banca Popolare Emilia-Romagna, qualche tumulto da parte di azionisti incavolatissimi anche a Spoleto, e poi vistosi malumori affacciatisi qui e là). E, tanto per continuare col Leopardi,  con la primavera ormai alle spalle e l’estate quasi incombente ora s’odono augelli far festa . Mancherebbe solo che così non fosse.  Sotto il profilo dei dividendi distribuiti è andata piuttosto bene, difatti.  Si è assistito quest’anno ad oltre 126 stacchi, per un totale pay-out di 17 miliardi di euro circa, per l’esattezza appena appena un filo sotto tale cifra  : con specifiche punte di rendimento misurate per alcuni titoli azionari sino al 12 per cento rispetto al prezzo corrente nell’ultimo mese prima della fatidica data assembleare, mentre alcuni importanti titoli quali Eni, Enel, Intesa San Paolo si sono rivelati autentici recordmen della remunerazione (ma anche Terna, Mediaset, Telecom, Marr non sono stati da meno, tanto per citare solo alcuni casi). Specialmente nel mese di maggio (in un sol giorno, per l’esattezza  il 23 maggio, hanno avuto luogo ben 64 stacchi d’un colpo) dalle grandi Spa  quotate è piovuta un’autentica ondata di liquidità nelle tasche dei proprietari di titoli di capitale di rischio. La media dei rendimenti dei dividendi staccati ha scavalcato il 3,3 per cento, in rapporto appunto alle quotazioni di fine aprile. Altri stacchi s’erano concentrati anche nelle settimane precedenti, e un’appendice di qualche rilievo si protrarrà poi fino a luglio. Gli azionisti-augelli, dunque, hanno avuto davvero di che fare festa :  ma non è stato da meno il Tesoro che dal canto suo s’è beccato 2,8 miliardi di dividendi che forse hanno evitato agli italiani il varo di qualche tassa supplementare.   Ma v’è stata poi anche la gallina che, tornata sulla via, ripete  il suo verso ?  Oppure è cambiato qualcosa rispetto al passato ? Quali indicazioni di più lungo periodo ha fornito insomma  la campagna 2011, al di là del  suo carattere relativamente opimo?   Sono emerse novità significative, sotto un profilo strutturale, oppure (ecco la gallina che ripeterebbe in tal caso il suo verso) sono anche riemersi  vizi antichi ?

      Sì, ne sono emerse. Le novità anzi non sono state poche, ed anche significative. Ma parimenti  sono sopravvissuti dei vizi.  Di uno di questi va dato conto subito, ed è che, ad onta di tante annose  lamentele al riguardo, la sgradevole e pigra consuetudine delle maggiori società quotate (che pure potrebbero al riguardo concertarsi meglio, magari in sede di Assonime)  di convocare le assemblee più o meno tutte e appassionatamente negli stessi giorni, ha concesso l’ennesimo e sgradito bis. In molte, troppe giornate si sono tenute in contemporanea molte, troppe assemblee, con conseguente impossibilità   -per parecchi attivi detentori nonché fautori al tempo stesso del capitale di rischio-    di prendervi parte (posto che soltanto un Sant’Antonio pare abbia goduto, secondo storia o leggenda, del dono dell’ubiquità, ma non era azionista di società italiane). Anche di  altri residui vizi parleremo.

            E’  il caso però di evocare senza indugi  un segnale innovativo importante, anzi decisamente fondamentale emerso dalla stagione assembleare 2011 :  è che le platee dei partecipanti hanno forse definitivamente cessato di starsene supine ad ascoltare e tutt’al più a mugugnare e basta, fatti salvi  gli interventi dei consueti (e spesso bravissimi, ma appunto non ubiqui) professionisti assembleari.  Hanno insomma fatto la loro comparsa quest’anno comportamenti nuovi piuttosto interessanti, che sulle riunioni degli azionisti e sulle approvazioni dei bilanci hanno inciso. E sempre più in futuro incideranno. Tanto per cominciare, ha fatto capolino seppur timidamente persino qualche ipotesi di contendibilità delle imprese. E’ bastato rimuovere ope legis  l’obbligo (un obbligo in realtà più formale che reale) di consegna dei titoli per poter partecipare alle assemblee, ed ecco che alle riunioni dei soci hanno preso quest’anno a farsi vedere   -e a farsi sentire-  investitori sia nazionali che internazionali prima usualmente latitanti o sdraiati senza batter ciglio sulle proposte dei Cda, che eventualmente venivano prima soltanto e a malapena analizzate discusse in separata e discreta sede preventiva, tutt’al più.  S’è trattato dell’uovo di Colombo, se vogliamo.  Ma la direttiva ora vigente sui diritti degli azionisti, che connette la partecipazione alle assemblee non più al possesso dei titoli azionari fino al momento della riunione ma alla situazione documentale di sette giorni prima, ha fatto per così dire il bòtto : ha funzionato da elemento suscitatore di maggiori e più consapevoli partecipazioni, in parallelo agli innovativi  meccanismi riguardanti  il voto per delega.  Il 2011, con la novità battezzata quale “record date”  (riferimento a una data più retro alla quale far risalire l’accertamento della qualità di socio che conferisce il diritto di presenza e voto) ha preso insomma a far muovere passi verso una maggiore democrazia societaria. Sono così aumentate quest’anno intanto le presenze fisiche alle assemblee,  e poi si è incrementato lo spessore, il contenuto degli interventi.  E qualcosa ha preso a cambiare pur con lentezza estrema nell’elezione stessa di  consiglieri e sindaci.  Un’associazione come Assogestioni, nella quale si riconoscono i money managers, si è mossa apertamente presentando liste, proposte, e riscuotendo in ciò anche più appoggi di quanti probabilmente s’attendesse :  nonché qualche primo concreto successo di visibilità.  Sono sortiti dall’abituale loro sonnolenza antica talune società di gestione del risparmio e non pochi fondi, soprattutto internazionali. Abbiamo quest’anno assistito ad elezioni dei consigli dì amministrazione e di sindaci, là dove andavano rinnovati, avvenute sulla scorta di liste, con maggioranze e minoranze.  Non ci sono state rivoluzioni, ma qualche presupposto perché poi se ne manifestino lo si è intravvisto : per la prima volta. Ha trovato spazio il voto elettronico o per corrispondenza, in molti casi, insomma il voto a distanza, preceduto finalmente dall’esercizio del diritto di ottenere preventivamente documenti societari da compulsare. Certo, il voto a distanza è stato comunque relativamente rarefatto, non tutte le società avevano tempestivamente provveduto ad adottare la disciplina che in proposito la legge vorrebbe e per la cui concretizzazione però ha lasciato ancora spazi di tempo.  L’anno prossimo la nuova pratica paleserà  una ben maggiore diffusione, di sicuro : ma occorrerà che venga affrontato e risolto il problema del caro-deleghe, materia sulla quale alcune banche hanno cercato di atteggiarsi a “furbette del quartierino”.  Altro elemento significativo : i fondi mobiliari e le società finanziarie nell’intervenire nelle assemblee spesso non sono più apparsi allineati pedissequamente sulle cifre e sulle  proposte degli amministratori, ma sovente hanno esposto vivaci critiche. Soprattutto, sono apparsi realmente davvero partecipi, e non spettatori. Hanno preteso spiegazioni, hanno incalzato, hanno chiesto e ottenuto l’ingresso di propri rappresentanti nei Cda.  Si sono anche registrati non pochi né trascurabili casi di  manifestazioni di voto esplicitamente contrarie ai bilanci, e non sono mancate polemiche anche rudi. Le stesse autorità di vigilanza persino  in  prossimità dei bilanci (o meglio :  a bilanci già varati dai rispettivi consigli di amministrazione e in attesa di presentazione assembleare) sono intervenute con modalità che in gergo calcistico chiameremmo dell’entrata col piede a martello  esigendo precisazioni, ragguagli ulteriori. E poi ammonendo, diffidando. Talora imponendo addirittura operazioni.  L’istituto centrale di Via Nazionale ha incalzato parecchie banche sul tema d’un aumento delle risorse proprie, chiedendo ricapitalizzazioni e ripatrimonializzazioni anche in relazione alla necessità di adeguare patrimoni  e coefficienti ai requisiti di Basilea 3. Così come ai vertici di non poche imprese azionarie sono piovute richieste pressanti  in materia di governance, di assetti proprietari, di sindacati di controllo, di più corretta adesione alle regole della buona ed efficace amministrazione. Per dirla rudemente, più d’una società si è sentita anche richiamare all’ordine e ha dovuto guardarsi bene dal fare trippe per gatti a danno degli azionisti  non sindacati in cordate.  Sono stati sventolati forti  richiami sugli eccessi di retribuzione e di bonus per non pochi  amministratori, i quali non ne avranno magari tenuto poi gran conto (e questa sarebbe , anzi è, una manifestazione, di come la gallina torni sulla via e ripeta il suo verso), ma per lo meno si sono visti esposti sulla pubblica piazza ai non  benevoli giudizi dei risparmiatori e dei commentatori in genere, ciò che prima o poi non mancherà di determinare anche qualche seguito concreto. E’ stato piantato nell’ultima campagna assembleare il seme per fare sviluppare la pianta di ulteriori nuove regole per esempio per le banche, sulla scorta della corrispondente direttiva europea ; parliamo di   quelle regole per le quali la banca centrale potrà vietare persino l’erogazione di dividendi in danno della consistenza patrimoniale, talvolta, nonché limitare le quote variabili di retribuzione dei banchieri, e magari persino rimuovere d’autorità i manager bancari di incerta affidabilità. A  proposito appunto di bonus e di retribuzioni, sono state formulate critiche appropriate e spesso dure a quei disinvolti  “comitati remunerazione” che funzionano in molte società, e che decidono in materia di compensi agli amministratori delle stesse manifestando manica larga e immotivate generosità.  In effetti, posto che il 2010 è stato ancora un anno di crisi economica, e che il 2011 non appare sino a questo punto particolarmente promettente, l’aumento medio del 17 per cento delle globali remunerazioni dei 100 più pagati managers di società quotate (dai circa 256 milioni percepiti nel 2009 lorsignori sono saliti ai 300 dell’esercizio 2010) ha innescato perplessità che non resteranno a lungo senza ricadute, ed anche questo è uno degli aspetti della campagna assembleare di quest’anno che merita d’essere rimarcato : qualcuno ha preso a chiedersi ad alta voce se molti manager italiani davvero valgano le vagonate di euro che si sono portati a casa, quando all’estero   -in Paesi  e in sistemi che pure non sono più poveri del nostro, anzi stanno assai meglio in salute-   personaggi chiave quali Oudéa (Société Génerale), Ackermann (Deutsche Bank), Dougan (Crédit Suisse), Grubel (Ubs), Reithofer (BMW), neppure si sognano i livelli di  remunerazione allegramente correnti in casa nostra.  Non è finita : taluni big boss della finanza in piena stagione assembleare sono stati accantonati con più o meno garbo, altri sono stati presi di mira senza troppi peli sulla lingua, pur se magari senza grande esito pratico. Ma una sensazione precisa lasciata da questa campagna assembleare 2011 è che sia stata intaccata certa sacralità che per anni e anni aveva caratterizzato le carismatiche figure di amministratori quasi contrapposte ad azionisti  sudditi e succubi. Qualche piccola breccia di Porta Pia sì è insomma aperta, nelle mura dell’incomunicabilità che divideva i grandi e ben relazionati manager  dal popolo bue.  E qualche graffio al capitalismo che potremmo chiamare di relazione è stato pure inferto, nelle ricomposizioni dei board se ne sono viste prime tracce.  Però, ed ecco un residuale vizio (e gallina che a tornare sulla via a ripetere il suo verso ci prova), la cifra distintiva dei comportamenti ai piani alti rimane tuttora quella delle relazioni politiche, delle azioni che (come diceva e voleva il mitico Enrico Cuccia) si pesano e non si contano. Qualcosa ha però preso a muoversi :  ora le azioni, a partire dalla campagna assembleare 2011, cominciano a contare più di prima. Occorreranno tempo e paglia perché i conteggi prevalgano sul peso, ma il via è stato dato.

       Non ha fatto invece molti progressi  reali il proposito di fare entrare più donne nei consigli di amministrazione di grandi imprese quotate, al di là di quante già vi siedono in forza certamente di propria capacità ma anche del fatto oggettivo e agevolativo di essere “proprietarie”.  Non è che latitino del tutto (si pensi a nomi quali  Rosalba Casiraghi in Banca Intesa, Lucrezia Reichlin in Unicredit, Elisabetta Oliveri in Snam Rete Gas), e altri amministratori di sesso femminile si sono aggiunti (qualche new entry quale Silvia Melo in Finmeccanica, Elisabetta Magistretti in Pirelli, Laura Iris Ferro in Enel Green Power, Tatiana Rizzante in Ansaldo Sts) : ma se si pensa alle dimensioni che aveva raggiunto il dibattito sull’opportunità di aprire di più le porte delle gestioni manageriali alle donne-manager, bisogna pur concludere che la campagna assembleare 2011 lascia dietro di sé sotto tale profilo qualche delusione.  Così come ne lascia la scarsità di manager  stranieri (solo 134 su 2.750 in tutto) presenti nei consigli d’amministrazione delle maggiori spa quotate italiane. Certi vizi  (sessismo e provincialismo)  richiedono più  tempo per sparire.

     Poi, però, attorno all’universo via via meno aristocratico e ieratico delle grandi imprese hanno preso a muoversi anche altri spunti innovativi :  prime semine quanto meno, che forse fioriranno. E se in Francia un Sarkozy  si è avventurato a propugnare l’idea che anche ai dipendenti (e non solo ai soci azionisti) si arrivi a erogare dividendi in proporzione agli utili, in Italia il “boss” della Pirelli, che qualche cosuccia ha da farsi probabilmente perdonare in tema di governance e di suo utilizzo, ha parlato (pur senza suscitare molti consensi) di conferire periodica pubblicità ai verbali dei consigli d’amministrazione.  Mentre una banca quale Mediolanum , sull’onda appunto dell’avvìo di crescente democratizzazione dei rapporti inerenti ai grandi soggetti e protagonisti dell’economia, ha dato luogo a una convention nazionale per la prima volta aperta anche ai non addetti ai lavori, cercando di richiamare oltre a clienti anche analisti, giornalisti, investitori internazionali, dunque anche ai concorrenti (come no ?), insomma ad  aventi causa di diversa pelle.  Talune foreste, forse, a partire da quest’anno davvero appariranno via via meno pietrificate.

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