Stati Uniti, sistema bancario tra pro e contro
Pubblicato il 03. mag, 2011 da nuovafinanza in Economia
di Giovanni Mazzocchi
La crisi finanziaria globale partita dagli Stati Uniti è stata, in larga misura, il prodotto di una deregolamentazione finanziaria attuata negli anni ottanta e novanta del secolo scorso da Amministrazioni tanto Repubblicane quanto Democratiche e da un sistema di incentivi sui compensi degli amministratori delle grandi banche che ha trasformato la loro operatività verso l’assunzione di rischi con attività speculative molto profittevoli ma ben al di là dei mezzi patrimoniali a loro disposizione. Tali pratiche sono state sostenute da una continua ascesa dei prezzi di mercato degli immobili sia residenziali che commerciali.
Come si sa, non appena la bolla immobiliare si è sgonfiata, il castello di carte così costruito (crediti facili e prodotti finanziari sofisticati costruiti su modelli matematici sbagliati nelle loro assunzioni ma portatrici di grandi profitti) si è dissolto provocando crisi di liquidità e perdite che hanno costretto banche centrali e governi ad intervenire con ingentissime risorse che hanno fatto lievitare i debiti pubblici di tutti i paesi delle economie avanzate.
Alla fine del picco della crisi l’ispettore generale del Tarp (Troubled Asset Recovery Program) il piano di sostegno pubblico americano alla crisi finanziaria, ha stimato il costo potenziale di sostegno alle banche in qualcosa pari a 23,7 mila miliardi di dollari vale a dire al 150% del Pil statunitense. Naturalmente si tratta di un costo potenziale che si verificherebbe nella peggiore delle ipotesi.
Ma il costo della crisi bancaria non si limita a questo. Come hanno mostrato Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff in media le crisi bancarie moderne portano a un aumento pari all’86% del debito pubblico nei tre anni successivi allo scoppio che graverà quindi sulle spalle dell’intera collettività in termini di disoccupazione, di incertezza sul futuro e della difficoltà da parte dei governi di intervenire con nuove risorse di stimolo all’economia.
Quanto successo pone numerosi problemi di governance a evitare che quanto successo possa tornare a verificarsi. Se il dibattito è stato incentrato sull’assunto che alcune banche sono troppo grandi per fallire o troppo interconnesse, non sono mancate le voci che hanno posto l’attenzione sul fatto che invece alcune banche sono troppo potenti per essere controllate.
Come riportato da Simon Johnson e James Kwak in “13 Bankers”, negli Stati Uniti il settore finanziario ha speso dal 1998 al 2008 circa 1,7 miliardi di dollari in contributi elettorali e 3,4 miliardi in spese di lobbying. Il settore finanziario pertanto è divenuto il primo contributore alle campagne elettorali.
Le maggiori contributrici sono state proprio quelle banche troppo grandi per poter fallire, quali Goldman Sachs, Citigroup, Bank of America, Ubs, JPMorgan Chase e Morgan Stanley. Gli asset totali di queste sei banche dal 1995 ad oggi sono cresciute da meno del 20% del Pil statunitense al 60% di oggi anche grazie alle acquisizioni che hanno accompagnato i salvataggi orchestrati
Proprio la Golman Sachs, peraltro, nell’immaginario collettivo ha assunto l’emblema della Banca malvagia, tanto da spingere la prestigiosa rivista di musica Rolling Stone ad immortalarla quale “una piovra vampiresca avvinghiata alla faccia dell’Umanità, infaticabilmente pronta ad innestare la sua sonda aspira sangue non appena fiuta odore di soldi”. Nella sua storia, dai tempi di Sidney Weinberg, la Goldman Sachs ha sempre intrattenuto con i suoi uomini di punta stretti rapporti con Washington sia nelle Amministrazioni Repubblicane che in quelle Democratiche. Basti ricordare di recente Robert Rubin che da ceo della Goldman andò con il presidente Bill Clinton ad assumere l’incarico di Segretario del Tesoro e poi Henry Paulson che da ceo della Goldman, sotto l’Amministrazione di George W. Bush andò a ricoprire lo stesso incarico di segretario del Tesoro ed avviò e gestì i salvataggi delle Banche e della stessa Goldman. Il network della Goldman, d’altra parte non si ferma agli Stati Uniti, anche qui in Italia abbiamo avuto le consulenze a Romano Prodi e l’incarico di vicepresidente per l’Europa della banca all’ex direttore generale del Tesoro, Mario Draghi, attualmente governatore della Banca d’Italia.
L’esempio della Standard Oil
Negli Stati Uniti si è sviluppato un intenso dibattito sul ruolo del sistema finanziario e sulle misure da prendere perché non si debbano ripetere simili crisi altamente distruttive per il benessere delle economie e delle società, oltre che nell’interesse della libera concorrenza e della democrazia dei mercati.
Mentre il campo dei difensori della libera concorrenza chiedeva misure drastiche quali lo smembramento delle banche troppo grandi, ispirato all’azione di governo dei primi del Novecento, con la famosa legge antitrust che portò allo smembramento della Standard Oil e di numerosi altri cartelli industriali, e con la legge bancaria che separava l’attività delle banche commerciali da quella delle banche d’investimento, dall’altro lato, i “tre moschettieri”, come sono stati soprannominati Tim Geithner l’attuale segretario al Tesoro, Henry Paulson (suo predecessore nonché ex ceo della Goldman Sachs) e Ben Bernanke, l’attuale presidente della Federal Reserve, i tre attori principali dei grandi salvataggi ad hoc, che spingevano per misure nella logica di una partnership tra Washington e Wall Street.
Ma si farebbe un errore a identificare le posizioni con questo o quel partito. Ad esempio, i sostenitori dello smembramento delle banche troppo grandi annoverano tra le loro fila non solo il Democratico premio Nobel per l’economia Joseph Stiglitz, ma, come visto, tra le loro fila si è anche espresso, inaspettatamente il Repubblicano Alan Greenspan in una lezione pubblica tenuta a fine 2009 in cui così si esprimeva: “Se le banche sono troppo grandi per fallire, allora sono troppo grandi.”Ed ancora, nella stessa lezione, “.. Nel 1911, abbiamo smembrato la Standard Oil. Cosa è successo, allora?. La somma delle singole parti è risultata di maggior valore dell’intero. Forse è quello che si dovrebbe fare”. E ancora, sempre Greenspan: “.. Come minimo si deve tenere conto del vantaggio competitivo che queste banche hanno rispetto alle competitrici più piccole. Questo a causa del sussidio implicito che le grandi hanno rispetto alle piccole e che le renderanno un gruppo moribondo di istituzioni obsolescenti che dreneranno il risparmio di questa società.”
Il risultato del confronto tra queste opposte visioni, nell’analisi di David Skeel nel suo ultimo libro “The new financial deal”, è stato una nuova legge, la Dodd-Frank, che, con alcune concessioni al fronte opposto, si prefigge essenzialmente due obiettivi principali: 1) quello di costituire una partnership tra governo e Wall Street e 2) quello di attuare interventi ad hoc sulle situazioni di crisi.
In altre parole, si lasciano le cose come sono rafforzando gli strumenti di controllo ed i mezzi patrimoniali per le banche con oltre 50 miliardi di dollari di asset, si regolamentano i derivati con l’istituzione di clearing house e con qualche concessione al fronte opposto. In particolare, tra queste, la cosiddetta regola Volcker, dal nome dell’ex presidente della Fed e consigliere di Barack Obama nella vittoriosa campagna elettorale. La regola Volcker prevedeva in qualche modo il ritorno alla separazione dell’attività di banca commerciale da quella di investimento con la proibizione per le banche di fare trading proprietario, di operare sui derivati e di detenere partecipazioni in hedge fund e fondi di private equity. Regola, poi, emendata nella Dodd-Frank, per effetto della pressione di Wall Street, con la proibizione di gestire più del 3% del proprio capitale core in tali attività. Un’altra concessione all’ala dura è la costituzione di un Bureau per la protezione del consumatore.
Tra Washington e Wall Street
Pur apprezzando alcune parti della legge, i critici osservano che la partnership tra governo e Wall Street in realtà, potrebbe risolversi in una vittoria di quest’ultima. Infatti, dopo la tempesta e dopo avere assorbito una immensa quantità di risorse pubbliche, le banche sono oggi più grandi e più potenti che mai e nonostante la legge conferisca alle Autorità monetarie e politiche diversi strumenti di controllo e di moral suasion, il governo, come avvenuto in passato potrebbe soccombere a causa del fenomeno ben conosciuto della “cattura” del regolamentatore da parte del regolamentato. A dimostrazione di quanto detto, il New York Times ha di recente dato grande risalto alla notizia che un club composto da nove potenti banche si riunisce ogni terzo mercoledì del mese a Manhattan, con lo scopo sospetto di controllare tra loro il mercato dei derivati che vale migliaia di miliardi. Viene da pensare che queste banche piuttosto che essere troppo grandi o troppo interconnesse per poter fallire, siano troppo grandi per potere essere controllate. In attesa di aspettare i tempi lunghi della implementazione della nuova legge, sembra di poter dire che per il momento la partita sia stata vinta da Wall Street nel credo instillato ad arte dall’attività di lobbying che quel che è bene per le banche è bene per la società. La partita per le banche sembra, poi, più facile da vincere in Europa dove, a causa della frammentazione del potere pubblico, la questione non è stata neppure sollevata.
In Europa e in Italia, nonostante quanto successo anche da noi con gli interventi governativi e della Bce che hanno dovuto impegnare enormi risorse per tenere in piedi le nostre banche con la contestuale esplosione dei debiti pubblici e il prosciugamento di risorse per lo sviluppo e la coesione sociale, il dibattito è incentrato, invece, non sulla regolamentazione delle banche, ma sul debito pubblico che, oggi, in larga misura, è stato prodotto proprio dalle dissennate pratiche speculative del sistema finanziario internazionale.
Eppure, in Europa, le prime sei banche totalizzano quasi 12 mila miliardi di euro di asset pari all’incirca all’intero Pil europeo, mentre le prime due banche italiane con i loro 1.600 miliardi di asset raggiungono la totalità del Pil italiano, quando in America si preoccupano che le loro prime sei banche totalizzano il 60% del loro Pil.
Cosicché, le banche e il sistema finanziario in generale, dopo avere drenato immense risorse pubbliche a basso costo contribuendo al peggioramento dei debiti pubblici, pretendono ora di finanziare il debito pubblico a tassi crescenti, dietro il paravento delle logiche di mercato in cui, per altro, le banche stesse hanno un potere sovrastante, e, visto che non basta, ci mettono dentro anche i premi per i Cds (Credit Default Swap) sui debiti pubblici che generano commissioni per chi li emette. Ma qualcuno sa dire che cosa succederebbe di questi Cds se effettivamente si verificasse un default dei debiti pubblici? Non si verificherebbe quello che si è già verificato con la Aig negli Stati Uniti che assicurava tutte le banche contro i rischi di default sui loro prodotti, con il risultato che il contribuente americano ha dovuto sborsare quasi 200 miliardi di dollari per il suo salvataggio?
La grande abbuffata di risorse pubbliche da parte delle banche lascia i cittadini ad un futuro di sacrifici e di sofferenze e senza certezze. Non sarebbe il caso di prendere delle misure serie per togliere questo potere di mercato alle banche a beneficio della libera concorrenza e del benessere dei cittadini? Di recente, sul quotidiano economico Mf, Roberto Ruozi ha invitato le nostre banche a tornare ai vecchi modelli ed ai vecchi sistemi: ha ragione, ma non credo che potranno e vorranno farlo attraverso un processo di auto regolamentazione. Quel che occorre è che a livello europeo ci si pronunci su come si intende salvaguardare la democrazia economica ed il libero mercato. Per far questo, tuttavia, dovremmo urgentemente rivedere l’impianto europeo e decidere se vogliamo gli Stati Uniti d’Europa oppure tornare alle vecchie sovranità nazionali.
