Khashoggi, la ricchezza non è tutto
Pubblicato il 16. mag, 2011 da nuovafinanza in Il Profilo
di Roberto Tumbarello*
Ci fu un periodo della mia vita in cui trascorrevo diversi mesi l’anno a Londra. Un giorno, curiosando in una libreria, fui attratto da un volumetto intitolato L’uomo più ricco del mondo. Mi chiesi come si facesse a stabilire una graduatoria, dato che, per conto mio, al di sopra di un certo capitale, tutti sono ugualmente ricchi. Non sono, infatti, alcuni miliardi di dollari o di euro in più o in meno – per chi ne ha già tanti – a fare una differenza. Acquistai il libro e cercai di memorizzare la figura di copertina, per ricordarlo semmai lo avessi incontrato in viaggio o in un ricevimento in qualche parte del mondo. Mi colpì lo sguardo, acuto e penetrante, e soprattutto il sorriso, raro in un uomo ricco e famoso, solitamente serio per apparire ancora più autorevole. L’autore, Ronald Kessler, chiamava Adnan M. Khashoggi il nababbo, che nella foto era ritratto nel tradizionale costume saudita. La M stava per Mohamed. Mi chiesi se in abiti europei lo avrei riconosciuto.
Qualche settimana dopo, recandomi con mia moglie a Capri e passando davanti al Quisisana, diretto alla Residenza – albergo di Salvatore De Angelis, un gentiluomo, la cui famiglia è legata da grande amicizia alla mia da tre generazioni – mi sembrò di vedere il mitico businessman arabo. Portavamo pesanti valigie, che allora non avevano ancora le rotelle. Non ero sicuro che fosse lui, anche perché era solo, con una bella e giovane moglie – era la seconda, un’italiana – e senza persone di compagnia né scorta, come si immaginano i miliardari. Mi avvicinai e azzardai a chiedere se per caso fosse lui l’uomo più ricco del mondo. La risposta fu singolare e mi rivelò lo spessore inusuale dell’uomo: Per la verità, non so quanto posseggo, meno ancora quanto siano ricchi gli altri. Sono certo, però, di essere l’uomo che spende più denaro di chiunque altro al mondo per godere della vita. Pensavo alle persone importanti che conoscevo io – politici, artisti, imprenditori, aristocratici – che non frequentavano luoghi pubblici, non andavano al cinema né al ristorante. Vivevano (e vivono ancora adesso) chiusi in casa, isolati dal mondo, come se fossero agli arresti domiciliari. È un atteggiamento che prendono per darsi importanza e, così, non godono della vita. C’è addirittura chi si sottopone volontariamente e senza motivo a vivere sotto scorta.
Quando lo raggiunsi, dopo avere depositato le valigie, il bar all’aperto del Quisisana si era riempito di clienti e curiosi. C’erano anche tanti paparazzi a riprendere ogni movimento del celebre personaggio e della moglie. E lui si lasciava fotografare senza apparire per niente infastidito. Pensai che quelle foto avrebbero corredato articoli pieni di pettegolezzi e commenti inappropriati su Khashoggi. Sul Nabila – una barca di 84 metri, che prendeva il nome dalla figlia maggiore – non c’erano rubinetti d’oro, come si diceva, ma il bar del salone era una scultura di Arnaldo Pomodoro, come pure l’ascensore e una gigantografia del Corano. Per 12 ospiti a bordo – per lo più coppie, oltre ai padroni di casa, essendoci sei appartamenti di 40 metri quadrati ciascuno – c’erano 58 persone di equipaggio. Adnan non badava alle maldicenze perché – glielo aveva insegnato il padre, che era stato per anni medico personale del re e della famiglia reale saudita – non sono cento o mille articoli malevoli a poter decidere del prestigio di un uomo. Se hai carisma, stai pur tranquillo che nessuno può togliertelo. Scoprii che Khashoggi era un grande comunicatore. Del resto, non poteva non esserlo, dato il successo che aveva raggiunto. Aveva addirittura fatto della comunicazione il suo principale strumento di lavoro. Comunicare è la sua filosofia, quasi una sfida a chi, per produrre ricchezza crea strutture sempre più sofisticate (ma il risultato dipende dalla tecnologia e spesso dal mercato). La comunicazione, invece, non conosce crisi. Anzi, è proprio nei momenti difficili che se ne sente maggiormente l’utilità.
Il business del contatto
Essendo allora il padre direttore sanitario dell’ospedale della Mecca, Adnan è nato in una casa attigua alla Grande moschea e, ovviamente, destinato a fare il medico. Ma il bambino non aveva alcuna versatilità per quella professione, né, quindi, voglia di intraprenderla. Non sapeva neppure lui che cosa fare da adulto. Aveva capito, però – e questo ruolo lo affascinava – che mettere in contatto due persone complementari tra loro avrebbe procurato certamente un utile. E andò a studiare economia negli Stati Uniti, all’Università di Stanford. E poi a Yale, dove capì che la società è composta da persone che hanno dei problemi e altri che hanno la possibilità di risolverglieli. C’è, poi, gente che ha le idee e altri i mezzi o le capacità per realizzarle. Divenne, così, il più grande mediatore della storia recente. Cominciando dai problemi degli amici, arrivò fino a quelli degli estranei e poi a degli Stati.
Sono passati trent’anni e ogni volta che ci vediamo, rievochiamo quel momento magico del nostro incontro che partorì una così bella e profonda amicizia. Continuiamo a darci del lei. Lui mi chiama scherzosamente Professor, come il primo giorno, io più rispettosamente Sir. In realtà, salvo qualche acciacco e tanti bei nipotini, nessuno dei due è cambiato. Ogni tanto qualcuno mi chiede come mai non mi sia arricchito grazie a quella preziosa amicizia. Io non so rispondere perché, in effetti, se mi guardo attorno, chiunque frequenti miliardari finisce per beneficiarne. Ho certamente sfruttato anch’io l’importante relazione per arricchirmi di valori che, però, non sono visibili né quantificabili e che io apprezzo molto più del denaro. Ma non è facile spiegarlo. Per esempio, la gioia di incontrarci e frequentarci senza alcun interesse o secondo fine. Lui e io siamo l’esempio più evidente di come la diversità possa attrarsi reciprocamente e arricchire anziché infastidire. Perché siamo obiettivamente diversi per origini, cultura, tradizioni, linguaggio, censo, religione e soprattutto modo di vivere. Eppure – o forse proprio per questo – troviamo ancora qualcosa da raccontarci ogni volta che ci incontriamo: ore e ore a parlare, comese gli altri non esistessero.
In uno dei suoi anniversari – che celebrò solennemente in un lussuoso albergo di Nizza assieme alle tre mogli che ha avuto, tutti i figli che con ognuna ha messo al mondo, con i nipoti che sono arrivati da ogni parte del globo, i fratelli e i cugini – realizzai di essere l’unico estraneo, tra i sessanta invitati. In effetti, con nessun consanguineo ci sono trent’anni di assidua frequentazione senza alcun litigio né contenzioso.
Parenti e familiari non smettevano di ossequiarlo. Non per compiacenza e meno ancora per piaggeria, ma con grande ammirazione. Non era solo una festa di compleanno, ma una cerimonia. Era come una tribù che aveva scelto il proprio leader e ne celebrava l’elezione. Si avvicinavano a turno, ma senza accalcarsi attorno al tavolo di Adnan per non togliere la visuale a chi stava dietro. Era una sorta di funzione, con una regìa occulta, come se volessero fissare nella memoria la figura storica del genio degli affari di cui si è perduto lo stampo. Per di più Adnan è un ricco che non emana solo l’odore di soldi ma anche il piacere di dividerli con chi non ne ha: l’aureola di chi il denaro l’ha creato dal nulla, ma ha capito che è solo un bene cadùco e non così importante come generalmente lo si valuta. Lui lo ha sempre speso, appena guadagnato, non solo per godere della vita, ma forse per liberarsene. Come se fosse oggetto del peccato perché inquinato dall’ambizione e dalla vanità, sentimenti che contaminano tutto ciò con cui vengono a contatto.
Il magico eletto
I familiari di Khashoggi, che ho conosciuto in questi anni e rivisto a Nizza al suo compleanno, non sono ricchi come lui, né poveri come gli immigrati. Sono insegnanti, uomini politici, professionisti, artisti o commercianti. L’impressione che l’Occidente ha degli arabi è distorta. Facciamo, infatti, una strana classificazione del mondo mussulmano. Chissà perché, pensiamo che ci siano alcuni nababbi, che non sanno neppure a quanto ammonti la propria ricchezza, e una moltitudine di povera gente, che non sa come sbarcare il lunario. Non ci sarebbe nient’altro tra queste due categorie, che esistono ovunque nel mondo. Per ignoranza e superficialità abbiamo cancellato dalla nostra immaginazione tutto il ceto produttivo con i rispettivi sentimenti, educazione e sensibilità che forse crediamo esistere solo da noi.
Ogni membro della piccola comunità familiare ammirava e applaudiva il congiunto ricco e famoso come se convinti che Khashoggi gli trasmettesse, così, un talento che non si eredita né si acquisisce, ma che forse qualche eletto può dispensare per magia. Quel successo, infatti, è un rarissimo dono che non dipende solo da intelligenza, intuizione e sensibilità, ma da un fluido indefinibile, come un lampo di energia trascendentale. Chissà quanti uomini altrettanto intelligenti e capaci popolano il mondo degli affari! Ma nessuno, come Adnan Khashoggi, possiede quel soffio che li distingua e li faccia emergere sugli altri. Ecco perché tutti lo considerano l’ultimo leale e coraggioso condottiero del business, in una società in cui prevale ormai il compromesso e la furbizia, spesso addirittura il raggiro.
La sera in cui lo conobbi fui talmente sorpreso che un uomo importante come lui andasse in giro da solo, di notte, con una moglie giovane e molto bella, vistosamente ingioiellata, senza neppure un uomo di compagnia. E fu tanto il mio stupore che gli chiesi come mai non fosse protetto da una scorta o almeno da una guardia del corpo, come tutti quelli del suo rango. Lui ha agito sempre da solo e senza un’organizzazione, perché convinto che la corte crea inevitabilmente una burocrazia che, poi, ostacola l’attività concepita snella e veloce e che, soprattutto, invade la propria privacy, cioè ci priva del piacere dell’intimità e, quindi, della libertà. Senza direttori generali né consiglieri di amministrazione e neppure un ufficio, Khashoggi ha creato la più estesa rete d’affari mai esistita.
Il fascino del contante
Negli anni che seguirono mi è capitato di incontrarlo in giro per il mondo. Qualche volta, agli incontri con i clienti più importanti lo accompagnava una segretaria. L’unica assistenza di cui si avvalse – in un’epoca in cui le comunicazioni erano un grave problema – fu l’acquisto di un satellite personale. In confronto, il jet privato e la barca di cui tutti erano strabiliati, erano poca cosa. Poter telefonare ovunque e in qualsiasi momento era il vero lusso che nessuno possedeva, se non qualche capo di Stato o di Governo. Adnan si era creato una teleselezione personale, in un periodo in cui per chiamare Cagliari o Parigi da Roma si doveva trascorrere – talvolta pure inutilmente – tutta la mattinata o l‘intero pomeriggio accanto al telefono. Incontrandolo per la strada, la gente gli va ancora oggi incontro felice del privilegio di averlo conosciuto. E sente di essergli amico perché lui risponde al saluto di tutti con un sorriso. È come quando, al crollo del Muro di Berlino, ognuno voleva possederne un pezzo per credere di essersi impegnato nella lotta per la conquista della libertà. O, comunque, era presente quando la libertà è arrivata. Non perché Adnan Khashoggi stia crollando o dìa questa impressione, ma perché – come ogni essere umano – prima o poi dovrà rallentare il ritmo delle sue attività. E la gente, anche se non ne ha la cognizione, sente che non c’è un suo erede né un successore, non un duplicato né un allievo e neppure una sua brutta imitazione. Tra Khashoggi e gli altri uomini d’affari c’è la stessa differenza che tra un uomo e un corpo senza vita. Sono identici a guardarli, ma al corpo manca quel quid che non si può definire né, tanto meno, creare.
Non è che al giorno d’oggi manchino le persone carismatiche come lui. È proprio scomparso il sistema in cui, all’epoca, Adnan operava. Per di più, nel secolo scorso – quando era considerato l’uomo più ricco del mondo, non solo per ciò che possedeva ma per quello che produceva e faceva guadagnare alla società – la ricchezza era valutata in moneta sonante, non in cifre che appaiono su un display, come adesso. Oggi non esiste più il cash. Ormai il denaro circolante è virtuale. Tutto è apparente ma non visibile perché nascosto nel web. Ci si può spacciare per ricchi senza esserlo. Oppure esserlo perché si è sottratta la ricchezza a qualcuno che non se n’è ancora accorto, o alla comunità che denuncerà l’appropriazione ma non recupererà quasi niente.
Il nostro rapporto col denaro è ormai come un gioco d’azzardo o di prestidigitazione: solo cifre che qualcuno inserisce nel sistema. Vai a sapere se ci sono regolari controlli e soprattutto se è possibile controllare. Sono reali, però, i problemi quotidiani dei cittadini – di cui né la grande produzione né la finanza si curano – e gli stenti e le sofferenze dei più deboli. Quando apprendiamo ufficialmente che in un paese come l’Italia un quinto della popolazione vive al di sotto della soglia di povertà, vuol dire che nel sistema qualcosa non funziona. Non è possibile che chi riceve uno stipendio o una pensione, seppure modesti, arrivi a stento alla terza settimana del mese. Sono segnali di un grave disagio sociale, che può sfociare in conseguenze più gravi della semplice protesta. Sarebbe, quindi, l’ora di smetterla con le cifre e rimettere il cash in circolazione. Magari ci sarebbe spazio per altri miti come Khashoggi. Cioè, per persone che creano ricchezza, non solo per sé, ma per l’intera comunità. Gli emergenti di oggi, invece, dopo essersi appropriati di ricchezze sottratte ad altri, finiscono uno per volta inevitabilmente in carcere. O, nel migliore dei casi, scompaiono nel nulla, come se non fossero mai esistiti.
*La descrizione del famoso finanziere saudita Adnan M. Khashoggi è un’anteprima del libro di Roberto Tumbarello sulla comunicazione di imminente pubblicazione
