L’insostenibile pesantezza del fisco
Pubblicato il 03. set, 2010 da nuovafinanza in Economia
Secondo un’indagine annuale del “Corriere della Sera”, il 23 giugno di quest’anno, gli italiani avrebbero potuto celebrare la Festa della Liberazione dal Fisco. E’ una festa mobile, come la Pasqua, ma non segue i cicli della luna, bensì l’evoluzione della pressione fiscale, calcolando quanti giorni i cittadini italiani debbano lavorare per pagare le imposte. Quest’anno, era stato calcolato il 23 giugno: quindi 173 giorni di lavoro per il fisco e il resto per godere finalmente di un reddito reale, dopo pagate le tasse. Se si prende per buona questa previsione, ogni italiano lavora ogni giorno 4 ore per il fisco e la pressione fiscale nel 2010 è salita al 47%. I dati Istat indicano una percentuale più bassa, intorno al 43,2%. Si arriva a questa percentuale seguendo le norme di Eurostat (l’Istat europeo) secondo cui la contabilità nazionale deve includere nel conteggio del Pil anche l’economia “non osservata”, cioè – per parlare chiaro – l’economia sommersa. Nel 2009, il prodotto interno italiano è risultato pari a 1.520,8 miliardi, una cifra che comprende tra 213,9 e 255,9 miliardi provenienti dall’economia sommersa. La Cgia (artigiani) di Mestre ha voluto rifare i conti, sottraendo dalle cifre ufficiali l’ammontare dell’economia nera. In questo modo, il Pil è stato ridimensionato, perciò si è modificato il rapporto tra Pil e prelievo fiscale. La pressione è schizzata allora al 52%. Ciò significa che i contribuenti onesti, quelli che pagano fino all’ultimo centesimo, sono davvero stritolati, tanto che nel 2009 hanno pagato 100-110 miliardi di più rispetto ai contribuenti evasori. Questi conti spiegano il grido di dolore che si leva quasi ogni giorno da coloro che pagano davvero le imposte e che – per questo motivo – sono più facilmente perseguitati dal fisco. Succede spesso che i contribuenti in ordine con dichiarazioni e pagamenti siano invitati a dare spiegazioni o ad integrare i pagamenti, magari per un errore formale. I più sfortunati ricevono anche le famose “cartelle pazze” con le quali vengono iscritti a ruolo per redditi di fantasia. Ben diversa è la sorte degli evasori, soprattutto degli evasori totali che sono “sconosciuti” per il fisco. Corrono rischi terribili se sono scoperti, ma possono evadere anche per anni. Bisogna riconoscere che la macchina fiscale si è organizzata e sta dando la caccia agli evasori, anzi le iscrizioni a ruolo sono il settore dove si registra la crescita più alta delle entrate fiscali, mentre il gettito delle imposte ordinarie tende a rallentare o a diminuire vistosamente, rispecchiando l’andamento della crisi e la riduzione dei redditi. Molti reclamano una lotta più dura contro gli evasori, lo stesso ministro Tremonti ne fa il presupposto per una riforma delle aliquote fiscali che attenui la pressione sui contribuenti che pagano. Di riforma fiscale si parla da molti anni, certamente dal primo governo Berlusconi, quando si fece l’ipotesi di una tassazione dei redditi personali o d’impresa con due sole aliquote, avvicinando il sistema fiscale all’imposizione proporzionale. Ma la Costituzione italiana prevede il dogma della tassazione progressiva del reddito e quando la pressione si avvicina all’esproprio, è evidente che il soggetto sia spinto a evadere, a nascondersi. Il giornalista Indro Montanelli disse in Tv che in Italia non si può essere evasori, ma si cerca di essere evasivi. Le furbizie hanno indotto il fisco ad essere più severo, fino a stabilire, con i famigerati “studi di settore” quale dovesse essere il reddito conseguito e quindi da tassare. Gli studi di settore, per i quali il fisco consulta anche gli interessati, stabiliscono – ad esempio – che un medico con uno studio in un quartiere medio “debba” guadagnare tante migliaia di euro l’anno. Se dichiara meno, tocca a lui di provare come e perché non ha guadagnato ciò che il fisco aveva previsto. E’ triste, ma questo reddito “accertato” dal fisco prima che si sia formato fa venire alla mente il sistema zarista. Nella Russia degli zar, i funzionari fiscali del governo facevano visita ai contadini, valutavano l’azienda e stabilivano che “doveva” produrre X quintali di grano o vendere ogni anno tanti vitelli o tanti maialini. Una volta stabilito il principio, quando i tempi erano maturi si presentavano a riscuotere il grano, le bestie, o più semplicemente i rubli della vendita. Se i contadini non avevano raggiunto il risultato indicato dai rappresentanti fiscali, erano accusati di menzogna, di falso e spesso erano torturati perché confessassero il reddito reale, il guadagno occulto della loro impresa. In Italia, i lavoratori autonomi sono sospettati di non dichiarare i loro redditi, di ridurne l’ammontare. I lavoratori dipendenti e i pensionati, tutta l’area del reddito fisso è un pascolo verde per il fisco. Il prelievo avviene alla fonte: paga il datore di lavoro o l’ente di previdenza. Si è creato perciò un divario tra i cittadini “a servizio” e quelli indipendenti. Ma si è creato anche un tipo di prelievo comunque iniquo, per cui ciascun contribuente si sente derubato, o semplicemente espropriato. Basta pensare a un caso frequente, eppure anomalo. Un pensionato dello Stato che abbia l’amministrazione del suo condominio. Dovrà dichiarare il reddito di amministratore. Sarà tassato sulla base del reddito lordo di pensione (cioè prima di pagare le tasse) e del reddito lordo del condominio. La somma dei due redditi lordi farà scattare l’aliquota e il malcapitato potrà essere costretto a pagare imposte da soggetto privilegiato. Eppure, il fisco ha uno strumento (usato male) che è il “redditometro” o indicatore di situazione economica. In genere, chi ha redditi alti non rinuncia a vivere bene, quindi li spende. Come? Il fisco ha indicatori tradizionali (possesso di ville, cavalli, auto di lusso, disponibilità di servitù, ecc.) ma anche altri segnali (vacanze costose, frequenza di circoli esclusivi, opulenza ostentata). Ma non bisogna confondere l’attività di accertamento con la Santa Inquisizione. Il Paese non ha bisogno di vivere sotto sorveglianza. Pensiamo alle imprese. Secondo uno studio di Mediobanca, la tassazione media sulle imprese italiane è di circa il 48% contro il 25-30% della Germania. E le nostre imprese si lamentano giustamente del tempo necessario a pagare le imposte, al costo della burocrazia. La pressione fiscale diminuisce i margini di competitività dell’azienda Italia. E allora ben venga la riforma, invocata ormai da tutti. Se si facesse un referendum….Purtroppo, la Costituzione vieta referendum in materia fiscale e militare. Del resto non c’è bisogno di una consultazione popolare per misurare lo scontento del Paese. Confindustria, sindacati, partiti politici, gruppi di pressione invocano una riforma fiscale che – dice il governo – non si può fare oggi, a crisi non ancora finita, perché non ci sono le risorse. Non possiamo credere che l’insostenibile pressione fiscale continui, che tutto sia rinviato a tempi migliori. E nemmeno ci si può illudere che il federalismo farà scendere le tasse. E’ un tema sul quale, subito, si deve cominciare a lavorare. Partendo dalla riforma della spesa pubblica, una voce in eterna esplosione, che giustifica l’immobilismo della politica fiscale. La spesa pubblica ingovernabile ha di fatto bloccato la politica di bilancio, tanto è vero che non solo gli incentivi alle imprese o alle famiglie, ma la stessa politica sociale non ha più margini di manovra. L’insostenibile pesantezza del fisco si traduce in aumento del debito pubblico e nella riluttanza dello Stato a pagare i suoi debiti verso i fornitori, penalizzando le imprese che producono beni e servizi. I sindacati hanno sollecitato più volte un “tavolo” di consultazione, a beneficio dei lavoratori dipendenti e dei pensionati. Una esigenza che non è possibile lasciare senza risposta. Ma sarebbe una manovra congiunturale, mentre ciò che serve all’Italia è una riforma strutturale, che possa agire in profondità e nel tempo. Una scelta politica razionale, condivisa, seria, diversa dalle tante riforme che hanno lasciato il Paese così com’era.
