Imprese: Responsabilità sociale
Pubblicato il 03. set, 2010 da nuovafinanza in Imprese
La crisi economica globale fa riprendere quota alle iniziative e agli investimenti socialmente responsabili. Il crollo della finanza spericolata ha, infatti, immesso nuova linfa al tema della responsabilità sociale delle imprese (Rsi), che da vetrina per il marketing aziendale si sta trasformando in un’opportunità di crescita e di competitività per le aziende e per il sistema finanziario. Inoltre, le linee guida Iso 26000 sulla responsabilità sociale, vicine alla pubblicazione, forniranno uno strumento autorevole su scala internazionale a tutte le organizzazioni che intendono impegnarsi per uno sviluppo sostenibile.
Già nel 2006, Michael E. Porter, docente alla Harvard Business School, aveva rilevato in un articolo, scritto a quattro mani con Mark R. Kramer, fondatore dell’Ong Fsg, il legame fra vantaggio competitivo e Rsi. “La responsabilità sociale” vi si legge “può essere molto di più di un costo, di un impedimento o di un’azione caritatevole, diventando una fonte importante d’innovazione e di vantaggio competitivo”. Gli investimenti e le attività socialmente responsabili apportano in sostanza tre vantaggi competitivi. In primo luogo, possono aumentare le quote di mercato, perché i consumatori più avveduti sono oggi portati a preferire i prodotti delle aziende e delle società finanziarie che hanno a cuore lo sviluppo sostenibile. Inoltre, i talenti migliori sono attratti da chi ha per missione quella di investire nell’ambiente e nelle risorse umane. In terzo luogo, infine, il personale delle imprese socialmente responsabili ha un turnover ridotto rispetto alle altre.
Secondo una ricerca compiuta dall’Ibm Institute for Business Value su un campione di 250 aziende, il 59% di esse riteneva nel 2007 che la responsabilità sociale potesse avere conseguenze positive per il fatturato. Tale consapevolezza si è accentuata dopo la recessione, spingendo numerose società a inoltrarsi sulla strada dell’impegno sociale e ambientale. A loro si rivolgono le Linee Guida Iso 26000 sulla responsabilità sociale, volontarie e non certificabili, che saranno pubblicate alla fine dell’anno. L’Iso (International organization for standardization) ha coinvolto nel processo di redazione dello standard sei categorie di parti interessate (stakeholder): organizzazioni imprenditoriali, sindacati, Ong, governi, consulenti e ricercatori e associazioni dei consumatori. “Iso 26000 rappresenta un salto di qualità epocale nell’ambito della normazione” ha dichiarato Piero Torretta, Presidente dell’Uni, l’ente di normazione che rappresenta l’Italia in seno all’Iso “Con questa norma, infatti, gli enti di normazione dei diversi Paesi del mondo si sono fatti carico di indicare gli standard che possono definire l’impresa o l’organizzazione virtuosa, moderna e, per questo, anche di maggiore successo. È indubbio che un’organizzazione riconosciuta dal pubblico quale modello di realtà rispettosa dei diritti umani, sindacali e dell’ambiente sia anche maggiormente considerata sotto il profilo dell’affidabilità dei propri servizi e prodotti. La responsabilità sociale ha evidenti riflessi sulla reputazione del marchio, incidendo direttamente sul business”. Iso 26000 non solo elenca le definizioni e i principi legati alla responsabilità sociale, in stretto collegamento con altri strumenti internazionali messi a punto dall’Oil (Organizzazione internazionale del lavoro) e dall’Ocse (Organizzazione per la Cooperazione e lo sviluppo economico), ma si preoccupa anche di fornire delle indicazioni concrete su come mettere in pratica lo standard nella vita quotidiana di un’organizzazione.
Nel campo della finanza etica, si affermano sempre di più alcuni tipi di investimenti socialmente responsabili, destinati, per esempio, alle persone indigenti, che hanno problemi a rivolgersi alle banche per ottenere un finanziamento. Negli Stati Uniti, dove la crisi dei subprime ha messo a rischio i mutui contratti da centinaia di migliaia di famiglie, il Social Investment Forum è intervenuto per aiutare chi si trovava in difficoltà a mantenere la proprietà della sua abitazione o a trovare i fondi necessari per avviare un’attività imprenditoriale. A investimenti socialmente responsabili sono oggi riconducibili negli Usa 2,71 trilioni di dollari sui 25,1 trilioni che costituiscono il totale degli investimenti finanziari, un dato sostanzialmente in linea con quanto avviene in Europa, dove il totale, secondo gli ultimi dati del gruppo Eurosif, ammonta a 2,66 trilioni di euro (pari al 17,5% del totale degli investimenti finanziari). In Italia, erano attivi nel 2008 ventinove fondi comuni retail di investimenti socialmente responsabili (Isr), per un ammontare gestito di circa 3,16 miliardi di euro.
Una bussola per orientarsi nel mondo della finanza etica è costituita dagli indici Dow Jones Sustainability Index (DJSI) e FTSE4Good Index Series, che forniscono la performance delle imprese socialmente responsabili come riferimento positivo (benchmark) per gli investitori, guardando ai loro comportamenti non solo sul piano sociale, ma anche su quello ambientale e nella gestione dell’innovazione. I DJSI, messi a punto nel 1999, sono i più importanti e s’integrano perfettamente con gli altri parametri del Dow Jones, perché la metodologia di calcolo, diffusione e revisione è la stessa. Essere compresi nella classifica, redatta ogni anno dagli indici di sostenibilità del Dow Jones, delle migliori società socialmente responsabili è un riconoscimento che paga non solo in termini d’immagine, ma promette anche di avere degli effetti positivi sul fatturato. Ne sa qualcosa il colosso petrolifero Bp, che dopo il disastro ecologico nel Golfo del Messico è stato tolto con effetto immediato dagli indici di sostenibilità del Dow Jones e ora si trova in un mare – è proprio il caso di dirlo – di guai. Fra le dodici imprese italiane che figurano quest’anno nell’elenco DJSI delle migliori aziende in tema d’impegno sociale e ambientale spiccano, fra le altre, Fiat (entrata per la prima volta a settembre del 2009), Terna ed Enel. Dal canto loro, le società incluse negli FTSE4Good Index Series, messi a punto congiuntamente dal quotidiano britannico Financial Times e dalla Borsa Valori di Londra, sono selezionate sulla scorta delle performance in tre aree di attività: ambiente, relazioni positive con le parti interessate (fra le quali sindacati, associazioni dei consumatori, governi, Ong e comunità locali), sostegno ai diritti umani universali. Nella classifica delle 850 imprese incluse in questo secondo tipo di indici di sostenibilità finanziaria figurano numerose imprese italiane, fra le quali l’ultima entrata è Lottomatica.
Nei Paesi nordici, da sempre all’avanguardia su questo terreno, ci s’interroga sulla necessità di chiedere anche per via normativa un maggiore impegno sociale e ambientale dei grandi gruppi. In Danimarca, a esempio, da quest’anno le maggiori imprese nazionali sono obbligate per legge a includere nei propri bilanci annuali una relazione su quanto realizzano nel campo della Rsi e sui propri investimenti socialmente responsabili, precisando le aspettative e i risultati ottenuti. Si stima che siano circa 1.100 le aziende interessate dalla norma.
